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mercoledì 18 marzo 2009

LA VISTA FISICA & LA VISIONE DEL MONDO...

Una riflessione interessante di Luigi Crema , sulla relazione tra la vista fisica e la visione del mondo...

"(...)ci sono due tipi di medicina, scriveva Platone. Quella per gli schiavi e quella per gli uomini liberi. Quella per gli schiavi (sintomatica) deve rimuovere rapidamente il sintomo, perchè possano tornare al più presto al lavoro. Quella per gli uomini liberi (eziopatogenetica) deve capire il sintomo, il suo significato per la salute complessiva del corpo, per l'equilibrio della persona e per la sua famiglia.

Si verificano casi in cui le cellule del nostro corpo affermano, in un determinato momento, di non far parte più di un organismo intero da cui dipendono, ma decidono di proseguire autonomamente nel loro sviluppo. Questa decisione, nel nostro corpo, si chiama CANCRO.
Il male del nostro tempo. Sembra quasi l'effetto a un livello diverso di quanto la società vive tra gli individui e nel suo complesso.
Noi, per la società, diventiamo tutti delle cellule cancerogene, nel momento in cui non riconosciamo più l'interconnessione che abbiamo a un livello non compreso nel nostro cervello, non esperito dai nostri sensi. Non accettiamo il nostro relativo, affermando un nostro assoluto. Del resto sono convinto dell'esistenza di un meta-significato immanente a ogni cosa, nel quale ognuno di noi è inserito con la propria vita.

E' qui, di fronte ai nostri occhi, ma non lo riusciamo a vedere, perchè la nostra visione della realtà non include tutta la realtà: ciò che sta fuori, ai nostri occhi, rimane nella tenebra. Ma se l'occhio non vede più la luce, porta la tenebra anche al corpo, e i risultati emergono nel piano reale.

Faccio un esempio: l'attuale medicina ci dice che la miopia deriva da un problema fisico (genetico!) di alterazione della distanza focale dovuta a variazione dell'indice di rifrazione del bulbo oculare o un'alterata curvatura delle superfici rifrattive del bulbo oculare, o altre ragioni legate all'ottica geometrica.
Tale problema oculare impedisce la corretta visione degli oggetti che si trovano a una certa distanza. La presbiopia è un problema di irrigidimento del cristallino, per cui si riduce l'ampiezza accomodativa, in sostanza non si riesce più a mettere a fuoco gli oggetti a breve distanza. Bene! Questo dal punto di vista puramente empirico.
Quale informazione è legata a tale problema ottico da un punto di vista diciamo "olistico"? Solitamente la miopia insorge in un'età abbastanza precoce (prevalentemente nell'adolescenza), in un momento in cui la maggior parte della vita si trova di fronte a noi.
Avere problemi di vista a distanza è collegato a come noi vediamo la nostra vita dalla prospettiva in cui la maggior parte di essa si trova nel nostro futuro.
Parimenti la presbiopia, solitamente sovviene in un'età avanzata, quando la vita che abbiamo davanti tende a ridursi, a essere poca...e iniziamo ad avere problemi a vedere da vicino, a vedere quel poco che rimane nel nostro futuro.

Si potrebbe definire il primo un problema di direzione, legato alla matrice paterna dell'adolescente, alla guida che dovrebbe dare dei riferimenti utili a muoversi nella vita, come gli antichi cacciatori dovevano riuscire a muoversi in sconfinate foreste, trovare e cacciare la preda e portarla nella grotta. Per quei maschi perdersi, non avere il corretto senso della direzione, significava morire sé stessi e far morire la famiglia che si trovava a casa ad attendere il cervo.
Il secondo si riduce a un problema di accettazione: non accettiamo la realtà in cui ci troviamo e quel che si trova davanti a noi non lo vogliamo vedere. Questo messaggio, il problema ottico, in un contesto diverso dall'attuale, ci potrebbe dare informazioni su una correzione da apportare a un livello superiore a quello corporeo, nella nostra vita. Un problema legato al territorio spirituale in cui ci troviamo, legato a come la mente ci fa vivere un presente fatto di illusioni e viste parziali. Grazie a questo messaggio potremmo cercare di raddrizzare la nostra vita in un direzione che ci faccia essere cellule di un corpo più grande, di un fine superiore.

La nostra medicina invece colpisce il sintomo, lo vuole distruggere, quasi che sia un ostacolo fra noi e le nostre attività quotidiane, come già diceva Platone. Impedendoci, in realtà, di guarire dentro noi stessi di quei mali che Gesù ci indicava come ben più importanti del cibo che mangiamo o del vestito che indossiamo. Il cancro diventa un sintomo, ad ogni livello della nostra società, di noi stessi, del nostro corpo, vi è un sintomo che compare portando un significato che si trova oltre la capacità ottica di vedere con gli occhi o sentire con le orecchie. Altri canali di percezione possiede il nostro organismo, ma sono stati negati e oscurati dall'attuale visione del mondo e delle cose.

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