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TRATTAMENTI DI RIEQUILIBRO ENERGETICO INFORMAZIONALE CON LA QXCI-SCIO

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giovedì 17 febbraio 2011

INVENTARE NUOVE MALATTIE: IL DOGMA DELL'INDUSTRIA FARMACEUTICA

Dallle parole del Dr. Adolfo di Bella, responsabile Pubbliche Relazioni del Metodo Di Bella, sul suo forum: http://www.dibellainsieme.org/discussione.do?idDiscussione=16973, riportiamo alcune note relative ad alcune (SOLO alcune...) delle invezioni di patologie per rallegrare e far ben fiorire l'industria della malattia, pardon: le multinazionali del farmaco...

"Nel 2003 Vince Parry, esperto di marchi farmaceutici, scrisse su una rivista scientifica che la capacità di creare nuove malattie aveva toccato «… livelli di sofisticazione mai raggiunti prima». Non si tratta infatti di un disegno inedito, ma solo di un’esasperazione di tendenze manifestatesi agli albori dell’industrialismo farmaceutico.

- L’alitosi. Alias: alito cattivo eretto a condizione patologica. Siamo agli inizi degli anni venti, quando il colosso farmaceutico Warner-Lambert fa questa pensata per aumentare le vendite di un proprio farmaco, ovviamente inefficace a risolvere un problema che, una volta curata l’igiene dentale oppure rinunciando a strapazzare il proprio fegato, magari sparirebbe: il Listerine. Risultato: la Warner riesce a vendere un quantitativo di Listerine 40 volte superiore a quello ante alitosi! Fu creato anche uno slogan, emblematico del tempo, che evidentemente fece presa, soprattutto sulle donne americane: «Messaggio per 5 milioni di donne in cerca di marito: com’è il vostro alito oggi?». Un semplice esempio, ma valido per completare, anche storicamente, questa rassegna.

- GERD. Siete curiosi di sapere di che diavolo si tratti? E’ l’acronimo di sindrome gastro-esofagea da reflusso. Detta così, una cosa importante. Tolti gli orpelli si riduce al bruciore di stomaco. Ma dire sono affetto da sindrome gastro-esofagea da reflusso è tutt’altra cosa del plebeo ho bruciore di stomaco. E caspita, c’è di mezzo l’autorevolezza del malato! Ed il problema, che un coscienzioso medico di famiglia risolverebbe con un opportuno regime dietetico e un po’ di bicarbonato, si trasforma in un caso da indagare con carrettate di analisi, -scopìe varie, indagini di ogni genere. Inutili, quando non potenzialmente dannose, e costose: per le casse dello Stato, la collettività ed il paziente dal ruttino allo zolfo. Ma remunerative per altri.

Paul Girolami era entrato in Glaxo come contabile ed aveva fatto carriera, divenendo direttore nel 1980. All’uscita dello Zantac, prodotto antiulcera assai noto e diffuso, Girolami considerò che gli americani sono appassionati consumatori di pizza (la loro pizza... s’intende), patatine fritte, hot dog, pollo fritto, porcherie assortite ed altri cibi spacca-stomaco: di conseguenza, trasformare i bruciori e l’acidità di stomaco in una malattia acuta e cronica e presentare un farmaco come specificamente studiato per curare il Gastroesophageal Reflux Desease poteva riempire d’oro la Glaxo. Una ricerca statistica, commissionata alla società Gallup, rivelò che il 44% della popolazione statunitense accusava ogni mese bruciori di stomaco: senza perdere tempo venne varata una campagna pubblicitaria titolata «Bruciori di stomaco in tutta lAmerica»!

Girolami non amava fare le cose a metà, per cui la Glaxo assoldò l’attrice Nancy Walker perché raccontasse che dopo inenarrabili peripezie causate dai suoi riflussi acidi aveva risolto il problema con lo Zantac. I dirigenti Glaxo fecero anche di più: crearono LInstitute for Digestive Health, allo scopo di incapsulare le fregole commerciali sotto il manto di un’istituzione presentata quale autorevole ed autonomo ente accademico-scientifico.
Glaxo divenne la più grossa casa farmaceutica britannica, la regina Elisabetta nominò baronetto Girolami, e la stessa Glaxo, grata e commossa, commissionò una statua in bronzo (tutta in bronzo, non solo il viso) ad uno scultore di fama: l’effigie di Sir Paul Girolami troneggia oggi nel quartier generale della società. Sic transit gloria mundi.

FSD. La disfunzione sessuale femminile (Female Sexual Disfunction). Non chiedeteci lumi sulla nozione di FSD: mai precisamente definita. Tecnica già collaudata: un sondaggio (?) stabilisce che il 46% delle donne ne soffre. Nella Blue Room del Palais des Congrès di Parigi, il 30 giugno 2003, nell’ambito di un sontuoso Congresso Internazionale sulle disfunzioni sessuali, si accese un dibattito sull’argomento, sponsorizzato dalla Pfitzer con «una borsa di studio senza limitazioni».
Siccome non tutti sono disposti a recitare la parte del giullare ed alcuni congressisti ritenevano che la misura fosse ormai colma, alcuni partecipanti respinsero la sola idea «... che esistesse una malattia con questo nome e stavano conducendo una campagna per smascherare il ruolo che secondo loro le case farmaceutiche avevano nella sua invenzione» (Moyhnian e Cassels, Farmaci che ammalano, pagine 227-228). Singolarità: il moderatore del dibattito e due oratori schierati a difesa dell’esistenza e plausibilità della FSD avevano lavorato come consulenti esterni della Pfitzer.

Il mercato sarebbe (ed in parte è) di enorme appetibilità: cerotti al testosterone, farmaci a base di estrogeni (efficacissimi fattori cancerofili: quindi fonti di potenziale, ulteriore, successivo business oncologico), psicofarmaci. Ed ovviamente non può mancare il micro business (micro rispetto alle vendite di farmaci) costituito dall’onorario di ginecologi, psicologi, psicanalisti e para-psico-parassiti vari.
Lapidariamente qualcuno ha riassunto in poche righe il succo del discorso:
«Le società farmaceutiche stanno cercando nuove malattie, in base ad ampie analisi delle opportunità di mercato non sfruttate, già riconosciute oggi o promosse come tali domani. Gli anni venturi assisteranno in misura crescente alla creazione di malattie sponsorizzate dalle società farmaceutiche» (New England Journal of Medicine, volume 346, pagine 524-526). L’invito più saggio ci sembra quello di Jean Endicott, intervistato da Ray Moynihan: «Non fatevi ingannare dal marketing sovvenzionato dalle case farmaceutiche camuffato da scienza o da informazione».

- Liperattività vescicale. Molti lettori non avranno mancato di osservare come la proliferazione di queste corbellerie è dovuta all’inescusabile complicità di parte della classe medica, a sua volta particolarmente favorita, oltre che dal sensuale fruscio delle banconote, da una rigogliosa ignoranza. La corbelleria di turno viene ideata dal colosso farmaceutico Pharmacia e sostenuta da una forsennata campagna promozionale senza scrupoli.

Ricostruiamo il percorso logico-filosofico della pipì-syndrome. L’incontinenza è un problema numericamente limitato e prevalente in una fascia alta d’età. Il che significa minor numero di potenziali acquirenti; il che significa meno vendite e utili. Una rapida stima porta a considerare che l’incontinenza viene curata con farmaci di basso prezzo e frutta appena 40 milioni di dollari l’anno, cifra per morti di fame e squalificante per un’azienda farmaceutica di grosse dimensioni. Allora una lampadina si accende, abbagliante, sulla cervice di Wolf. Bisogna vendere il Detrol a venti milioni di americani, convincendoli che il bisogno naturale di fare pipì è fastidioso, sgradevole, innaturale. In una parola: è una malattia. Tutti coloro che sentono il bisogno di mingere 9-10 volte al giorno sono costretti - disse Wolf - ad adottare comportamenti definibili mappatura della toilette, evacuazione preventiva. Ecco, tenera, premurosa, materna, che Pharmacia arriva a liberare i neomalati dalla schiavitù della pipì.

Pharmacia individua senza difficoltà un nutrito drappello di medici disponibili, li arruola e li fa partecipare a due simposi tenutisi a Londra nel 1997 e nel 1999, pagando anche per ottenere la pubblicazione sulla diffusa rivista Urology degli atti congressuali. La ditta «… copriva la maggior parte, se non la totalità, delle spese dei simposi londinesi e pagava anche i medici che vi si presenziavano... .altri vennero pagati per eseguire test clinici o scrivere articoli per le riviste mediche» (opera citata, pagina 43). Il primo supplemento di Urology del dicembre 1997 riportava 30 articoli, per la maggior parte scritti dagli arruolati della società. C’è da chiedersi come mai una rivista scientifica rinomata e diffusa si sia prestata a queste mistificazioni. La triste realtà è che sono poche quelle davvero autonome e indipendenti (in misura più o meno parziale), molte quelle partecipate da multinazionali del farmaco o da loro collegate. Gli esempi di British Medical Journal o del New England Journal of Medicine sono purtroppo assai circoscritti.

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