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TRATTAMENTI DI RIEQUILIBRO ENERGETICO INFORMAZIONALE CON LA QXCI-SCIO

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venerdì 20 giugno 2014

ANCHE I DELFINI SI SUICIDANO, CAUSA UMANI. LA STORIA DI MARGARET HOWE LOVATT


Domani 17 Giugno la Bbc presenterà un documentario shock dal titolo "The Girl Who Talked to Dolphins", la ragazza che parlava con i delfini, che ormai da giorni è sulle pagine dei giornali di mezzo mondo. Il motivo?

La storia di Margaret Howe Lovatt, che nel 1960 ha partecipato a un progetto di ricerca finanziato dalla NASA per insegnare ai cetacei a parlare, comprende anche lo sviluppo di un rapporto insolito con un delfino in particolare, lo sfortunato prescelto per questo esperimento: Peter. Un rapporto che a tratti si trasformò in qualcosa di natura sessuale.
L'attaccamento emotivo tra uomini e animali è ben documentato. Spesso animali e umani che trascorrono lunghi periodi di tempo insieme, quello che un addestratore di delfini potrebbe definire "l'amore" per i suoi delfini, sviluppano un rapporto speciale. Ma la storia che stiamo per raccontare è molto più torbida e perversa, vicina al sottile e labile limite della zoofilia e della delphinophilia. E certamente pregna di crudeltà tutta umana. 

delfino peter3

 Il caso Howe Lovatt inizia nel 1964, quando la scienziata stava lavorando a un esperimento per cercare di insegnare a Peter come comunicare con gli esseri umani. In quel periodo la donna si era letteralmente trasferita con il cetaceo per tre mesi, dormendogli accanto e lavorando su una scrivania sospesa sopra l'acqua in cui nuotava. I due passarono, quindi, grande quantità di tempo insieme, e Peter, un delfino adolescente in piena maturazione sessuale, iniziò a presentare sempre più spesso pulsioni sessuali a volte scomode.
Lovatt racconta questa confidenza "speciale", che portò i due ad avere rapporti molto intimi: "A Peter piaceva stare con me. Si strofinava sul mio ginocchio, sul mio piede o sulle mie mani. Non mi sentivo a disagio. Fin quando non diventava rude, per me era più facile incorporarlo nel progetto e lasciare che accadesse. Era qualcosa di prezioso e gentile. Peter era lì e lui sapeva che io ero lì per lui".

Scriveva all'epoca nel suo diario:
"Peter si è eccitato molte volte in questi giorni. Il suo desiderio intralcia la nostra relazione. Mi si infila fra le gambe, mi gira intorno, mi mordicchia ed è così eccitato che non riesce a controllarsi".
"Da parte mia non c'era nulla di sessuale, sensuale forse. Mi sembrava che questo rendesse il legame più stretto", spiega la Lovatt.
Poi i finanziamenti furono interrotti e i delfini inviati a Miami in un'altra struttura, con piccole vasche con poca o nessuna luce solare. Poche settimane dopo Peter, privato della libertà e della possibilità di costruire normali relazioni sociali con i suoi simili, si suicidò.
Già, perchè, per chi non lo sapesse, i delfini si suicidano, chiudendo lo sfintere da cui respirano aria presi dalla depressione. Anche il famoso addestratore Ric O'Barry un giorno vide Kathy, il delfino femmina che interpretava Flipper, inabissarsi davanti ai suoi occhi e smettere di respirare. 

Suicidio è la parola usata da O'Barry per raccontarlo: i delfini possono smettere volontariamente di respirare, e questo era ciò che aveva fatto l'animale che gli era stato affidato. Quando Kathy ha smesso di respirare è iniziata la nuova vita del suo addestratore. Ha compreso che catturare animali intelligenti e costringerli a eseguire sciocchi giochi per gli uomini è sbagliato e immorale e da qui è cominciata la sua battaglia...
by Roberta RAGNI

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