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TRATTAMENTI DI RIEQUILIBRO ENERGETICO INFORMAZIONALE CON LA QXCI-SCIO

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domenica 7 maggio 2017

Ulcere da radioterapia, come riesco a guarire

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Il miracolo della’argilla e la ricetta di Carmen Tassone
Ho scritto di questo argomento personale e delicato, tempo fa, quando curavo la rubrica settimanale di Ottopagine “Il Giardino della Grande Madre”, ora vorrei riprenderlo perché è importante comunicare le scoperte fatte a chi ne ha necessità. Non mi è facile parlarne ma, per spiegare quello che ho definito “miracolo della terra”, debbo raccontare, almeno sommariamente, le principali disavventure. Avevo ventiquattro anni quando iniziai un calvario di interventi e terapie di ogni tipo.

Mi fu diagnosticato un Sarcoma dei tessuti molli, un tumore mortale, mi fu detto all’epoca, uno dei più aggressivi. Un primo intervento fatto da incompetenti segnò l’inizio di un percorso complicato e ricco di attentati alla mia salute da parte di medici poco professionali o, a quell’epoca, con scarsa esperienza nel settore. Chemio, radio, camera iperbarica, ustioni, paralisi, ulcera, diventarono pane quotidiano.

Oggi, per fortuna, i malati di cancro ricevono tante attenzioni e i ritrovati della scienza aiutano anche a morire; allora, nel nostro entroterra non si aveva cognizione precisa di come occorreva intervenire in questi casi e, cosa peggiore, le famiglie erano all’oscuro di ogni informazione. Praticamente, l’idea che una persona giovane, anche se mamma di due  bambini, potesse morire era inaccettabile quindi scartata a priori, se poi questa persona nascondeva i segni della sofferenza, era naturale che il problema risultasse una sciocchezza.

Consapevole dei problemi economici che la mia situazione arrecava alla famiglia allargata, ho sempre dato poco peso alla malattia, per quanto mi è stato possibile, fino a compromettere seriamente la salute. A un certo punto, puntualmente, finisco in ospedale, probabilmente la mia struttura biologica si ribella e decide autonomamente. Con il secondo intervento mi asportarono i muscoli plastici della spalla sinistra e il gruppo di linfonodi ascellare.

Con la biopsia scoprirono la natura del problema e mi prescrissero un ciclo di radioterapie. Il radiologo, ritenne opportuno agire tempestivamente e mi irradiò con raggi mevatron per dieci giorni ma con una potenza che andava distribuita in trenta, risultato: mi bruciarono quel velo di cute restato sulle ossa e sui muscoli profondi, mi bruciarono la cuffia dei rotatori, la parte sinistra dei polmoni, l’articolazione scapolomerale, fino a imbrunire la pelle nella zona retroscapolare e farla marcire nella parte anteriore. I tessuti cadevano a brandelli, non seppero curarmi ed io lasciai al mio corpo la risoluzione dei suoi problemi.

Dopo un anno scomparve la scottatura e ricomparve il tumore. L’intervento devastante permise la guarigione della ferita solo per seconda intenzione e giù altre pene e terapie. Il grosso era fatto anche se il nemico era nascosto negli organi riproduttivi ma ero quasi serena, ripresi a scrivere, dipingere, scolpire, studiare e soprattutto a fare l’agricoltore. Quest’ultima attività fu la mia disgrazia e la mia fortuna, il braccio, senza ricambio linfatico si gonfiò enormemente e produsse una ulcerazione che mi porto dietro con cadenza periodica.

La linfa cercava uno sfogo e si aprì un varco che nemmeno la camera iperbarica riuscì a chiudere, anzi, la cosa si trasformò in infezione e poi osteomielite. Dal reparto di dermatologia di San Giovanni Rotondo scappai per non morire, ormai data per spacciata, ma un bravo medico di base e un bravo dermatologo mi rimisero in piedi. L’ulcera però non guariva e andai in ospedale, prima a Lucca poi a Firenze, diagnosi: osteomielite. Prenotai una scintigrafia particolare a Potenza e aspettavo il momento, intanto mi intrattenevo a chiacchierare con una persona speciale che conosce le erbe ed i rimedi naturali.

Mi propose un impacco di argilla, una pappina di fango, direttamente sull’ulcera che scendeva per tre centimetri nella testa dell’omero. Accettai, peggio di come stavo non poteva andare. Feci questa terapia per un mese, poi eseguii l’esame stabilito, l’esito fu negativo. Al CTO di Firenze spiegai ogni cosa, i medici increduli mi dissero di continuare così. Da allora, periodicamente la mia ulcera si apre ma con le dovute applicazioni di argilla si purifica e si richiude nel giro di una settimana. Là dove non è riuscita la scienza medica ha trionfato la natura.

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L’argilla si compra in farmacia o erboristeria, in sacchetti sigillati, è detta ventilata perché subisce un processo di purificazione. È semplicemente “Terra” senza aggiunta di alcun additivo. È stata usata da tempi remotissimi da tutte le civiltà del mondo per svariate cure. L’uomo, probabilmente, imparò dagli animali feriti che si rotolavano nel fango per guarire. Oggi se ne è perduta la memoria, maggiormente è usata in erboristeria per maschere di bellezza o in pillole come lassativo. È, però, utile per infinite applicazioni ad uso topico, generale ed interno, contro le malattie e come cura di bellezza.

Si può bere nella misura di un cucchiaino sciolto in un bicchiere d’acqua naturale per purificare il corpo e le vie urinarie,
rinfresca l’intestino e lo aiuta ad espletare le sue funzioni. Nell’acqua del bagno, nella misura di un paio di cucchiai da tavola, dona lucentezza ai capelli, disinfetta la pelle, la rinfresca, la protegge da melanomi, da irritazioni o allergie. Il fango in uso topico disinfetta le ferite purulente, aiuta la rigenerazione dell’epidermide, blocca le irritazioni da punture di insetti e allergie, allevia il fastidio della psoriasi e degli eritemi solari. Una maschera di fango lasciata asciugare sul viso e poi rimossa con acqua, purifica il viso e lo rende fresco e luminoso.

Ma torniamo alla mia ulcera, restata sopita per alcuni anni, è ritornata, forse stress, forse chissà ma siamo alle solite, stavolta aperta lontano dall’articolazione ma sempre nella parte ustionata. Ho tentato una nuova terapia. Intanto i soliti quotidiani impacchi di argilla iniziale, almeno una volta alla settimana un’applicazione di Vea pomata per precauzione. Periodicamente impacchi del fango della Mefite.

Infine il miracolo delle erbe. Carmen Tassone, studiosa delle antiche tradizioni calabre mi ha donato la sua ricetta: burro di Calendula arvensis. Periodicamente poi, mi segue la mia stella, la mia pranoterapeuta che, in barba a chi è scettico, mi aiuta in modo inspiegabile.  L’applicazione quotidiana di burro di calendula ha permesso alla mia ulcera di migliorare sensibilmente nel giro di una settimana, per questo ora posso regalare la ricetta a quanti ne hanno bisogno, sono una ricercatrice empirica e solo attraverso l’esperienza diretta mi permetto di consigliare mezzi alquanto alternativi e magari perseguibili. In bocca al lupo a chi ne ha bisogno.

Anche se oggi le ustioni da radioterapia sono molto superficiali, non attraversano il corpo da parte a parte come è successo a me, è sempre bene sapere qualche rimedio naturale, che non addizioni farmaci al povero organismo martoriato.

Semi di Calendula Officinalis
sementi biologiche

 Ricetta di Carmen Tassone - Burro di Calendula arvensis
Raccogliere una manciata di capolini di Calendula arvensis in un mattino con la luna calante, immergerli nel burro e lasciare riscaldare lentamente fino a perdere l’acqua presente nei fiori. Frullare e conservare in frigo ben chiuso.
Preparare la pelle detergendola con sale o bicarbonato e ammorbidire con il burro di calendula.
Mettere sempre parole d’amore alla pratica di guarigione. Ecco il segreto di Carmen che io definisco fata e sorella, vedere sempre con gli occhi dell’amore e mantenere puro l’animo, il cuore e il corpo.


fonte: https://lagrandemadre.wordpress.com/2017/05/06/ulcere-da-radioterapia-come-riesco-a-guarire-franca-molinaro/

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